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L’autorevolezza di chi non brandisce autorità!






"Non vogliate negar l'esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".











"Migliaia, milioni di individui lavorano,
producono e risparmiano nonostante
tutto quello che noi possiamo inventare
per molestarli, incepparli, scoraggiarli.
È la vocazione naturale che li spinge;
non soltanto la sete di guadagno.
Il gusto, l’orgoglio di vedere
la propria azienda prosperare,
acquistare credito, ispirare fiducia
a clientele sempre più vaste,
ampliare gli impianti,
costituiscono una molla di  progresso
altrettanto potente che il guadagno.
Se così non fosse,
non si spiegherebbe come ci siano imprenditori
che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali
per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti
di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente
ottenere con altri impieghi".

(L.Einaudi).





Le Frasi che fanno sobbalzare.



Il ricordo della felicità non è più felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore. (G.Byron).


"Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi". (L.Longanesi).


"Perchè il male trionfi è sufficiente che gli uomini di buona volontà non facciano nulla".
(Edmund Burke).


"Il capitalismo è un'ineguale distribuzione della ricchezza.
Il comunismo un'eguale distribuzione della povertà".
(Anonimo).


"Dicono che ci siano due posti dove il comunismo funziona: in cielo, dove non ne hanno bisogno, e all'inferno, dove ce l'hanno gia'".
(R.Reagan).


"Possono, perchè credono di potere".
(Virgilio, Eneide).


"Per liberale non intendo una persona che simpatizzi per un qualche partito politico, ma semplicemente un uomo che dà importanza alla libertà individuale ed è consapevole dei pericoli inerenti a tutte le forme di potere e di autorità". (K.Popper).


"La libertà di pensiero è più forte della tracotanza del potere”.
 (Giordano Bruno).



"Il nemico più scaltro
non è colui
che ti porta via tutto,
ma colui che
lentamente ti abitua
a non avere più nulla".
(La leggenda
di Beowulf". Film.).


 

La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo.
La libertà è un agnello bene armato che contesta il voto. (B.Franklin).





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16 ottobre 2011

Indignados de noantri.

 

Quando ho visto per la prima volta in tv gli “Indignados” americani ammetto che lo stupore e la curiosità per quel vivace movimento di opinione non erano i miei sentimenti dominanti.

Infatti più che curioso ero già rassegnato.

Rassegnato al fatto che quel marchio di fabbrica sarebbe di lì a poco comparso anche nelle nostre Città.

E così ovviamente è stato.

Peccato che, come al solito, di questi potenzialmente interessanti movimenti di “protesta made in Usa”, gli esclusivisti per l’Italia siano i soliti noti che con l’America e i suoi modelli culturali, economici e politici hanno ben poca dimestichezza e si limitano di tanto in tanto a ricorrere a questi mal riusciti scimmiotttamenti del radicalismo a stelle e strisce, per regalarsi cinque minuti di popolarità.

Sinceramente però, tra gli Indignados nostrani e quelli americani, esistono ben pochi punti di contatto.

Qualche romantico sostenitore delle analogie che unirebbero il movimento di protesta nostrano a quello Usa, potrebbe obiettare che entrambi prendono di mira  il sistema capitalistico e le banche.

Tuttavia anche questa sarebbe una lettura poco veritiera e molto semplicistica.

Infatti i contestatori americani, generalmente, prendono di mira le attuali distorsioni della finanza e del capitalismo e propongono soluzioni per cambiare rotta, ma, nella stra-grande maggioranza dei casi, non sono animati dal desiderio di voler abbattere il sistema.

Invece per i nostri impavidi giovani il capitale è la causa di tutti i mali, il cancro da estirpare alla radice.

Per quel che riguarda le banche poi, se volessero dare un contributo concreto ad una radicale pulizia del nostro sistema, i nostri indomiti rivoluzionari dovrebbero iniziare ad offrirsi come volontari per dare  un'aggiustatina all’orticello dei loro  burattinai (visto che questi sono attori protagonisti, insieme a note banche, della nostra finanza) e in un secondo tempo impegnarsi per ripulire gli orti degli altri.

Ma è chiaro che nemmeno in sogno riuscirebbero a proporre questo o qualcosa di analogo.

Ovviamente non sapremo mai se questa loro inerzia sia dovuta a scarsa conoscenza delle vicende finanziarie e bancarie italiche, o ad una precisa strategia.

Lasciando perdere le deboli argomentazioni che un romantico potrebbe utilizzare per evidenziare il legame Indignados-Indignati, continuo con l’elenco di altre evidenti anomalie dell’operato dei nostri contestatori.

Innanzitutto questo Paese statalista ed assistenzialista di cui si evidenzia la crisi irreversibile, non è poi molto distante dalle concezioni e dai modelli di riferimento dei corifei dei nostri Indignati e dunque le idee che questi giovani portano violentemente in piazza non sono l’antidoto della nostra crisi, ma ne sono piuttosto la causa.

Inoltre mi sembra altrettanto evidente che anche nei metodi i nostri bravi rivoluzionari non abbiano detto niente di nuovo rispetto al modus agendi che ha sempre caratterizzato le adunate della sinistra radicale.

Per finire, a dare una connotazione ancora più tipicamente italiana alla giornata di festa, hanno provveduto i capo-clan in persona che, svelando la loro identità, sono andati in tv ad elogiare l’impegno, la dedizione e il successo di questi bravi ragazzi.

Ovviamente prendendo le distanze dai teppisti che, manco a dirlo, erano corpi estranei a questo movimento pacifico e virtuoso.

Insomma, anche per quel che riguarda la strategia dei vertici, niente di nuovo.

 

Francesco.

 




27 settembre 2011

...E poi, il gelo!

 

Riparto dal precedente post.

Innanzitutto dico subito che la fonte che ho citato in precedenza è il famigerato Innominabile.

E i fatti a cui mi sono riferito e che ho raccontato in modo conforme a quanto ricavato dal “materiale preso in prestito” dalla mia autorevole fonte, riguardano Massimo D’Alema, il Partito Democratico e Giuliano Pisapia.

Ebbene sì, l’Innominabile, nel celebre parco della Versilia, si è permesso di attaccare anche la sinistra.

Difficile capire cosa abbia spinto il Torquemada Piemontese a dare questa impronta ad una parte considerevole del suo infuocato sermone di quel memorabile giorno.

Probabilmente pensava di avere davanti persone assetate di verità e di obiettività.

O forse il fatto di trovarsi in luoghi tanto cari al Vate lo ha spinto a sentirsi a sua volta un po’ vate e a potersi permettere ciò che a noi comuni mortali non è permesso.

O magari anche entrambe le cose insieme.

Fatto sta, che gli attacchi alla sinistra, l’Innominabile quel giorno li ha fatti davvero e sono stati decisamente pesanti.

Ma ovviamente questo suo ingiustificato delirio di onnipotenza non ha dato i frutti (da lui) sperati.

Infatti il rosso pubblico ha dato un segno di gradimento, omaggiando il narratore con un timido applauso, solo al momento dell’attacco al Baffino.

Invece, quando lo spregiudicato giornalista si è spinto fino a raccontare in modo dettagliato le gesta di Penati e del Partito Democratico, la gente ha reagito con imbarazzo e, per strappare un applauso ancora più timido di quello ricevuto al momento della feroce stilettata a Massimo D’Alema, è servito un urlo di incitamento di un ultras delle prime file.

E quando l’Innominabile ha avuto la sfrontatezza di raccontare addirittura una vecchia furbata dell’attuale Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, la situazione ha rischiato di precipitare definitivamente.

E solo la prontezza di riflessi del narratore, che ha avuto la freddezza di spostare la discussione su argomenti meno compromettenti, ha evitato il peggio.

Una mia amica convintamente ed orgogliosamente comunista, che quel giorno era presente sulla “scena del delitto”, mi ha  raccontato che in quel momento nel pineto dannunziano si avvertiva un gelo tremendo, quasi insopportabile.

Un gelo che io, che sono sempre particolarmente pungente, oserei definire siberiano.

 

Francesco.

 




18 settembre 2011

Qualche raggio di sole nel pineto.

 

 

Ho udito che…

Un noto personaggio politico, a cui davvero in tanti riconoscono un’alta moralità, quando era Presidente della Commissione Giustizia, depenalizzava i reati di cui erano accusati anche i suoi clienti e questo gli permetteva, essendo anche avvocato (e non avendo ovviamente nel frattempo chiuso il proprio studio come avrebbe dovuto fare un moralista coerente), di passare all’incasso aumentando la propria parcella.

Infatti la parcella di un avvocato che riesce a far cancellare il processo ad un cliente cancellando il suo reato in Parlamento, inevitabilmente aumenta.

E ho anche udito che…

Ad un noto avvocato, come premio al contributo che ha dato alla stesura di quasi tutte le nostre peggiori leggi, è stato riservato un posto di rilievo in quello che è da tutti conosciuto come l’organo di autogoverno della magistratura italiana.

Ebbene, il nostro illustre principe del foro, è l'avvocato dell'uomo che, lo dico con le mie parole, dopo una gioventù passata a sognare la rivoluzione e a maneggiare le bottiglie molotov, ha messo la testa a posto e ha scoperto la sua vocazione per le barche di lusso, i titoli nobiliari, gli abiti firmati e le bottiglie di champagne. 

Ma soprattutto ho udito che…

Nell’Italia della crisi finanziaria qualcuno si occupava di banche e di autostrade coordinando dall’alto una rete di contatti coinvolta in tutta una serie di discutibili affari in cui avevano un ruolo di rilievo anche importanti ras locali operanti in zone particolarmente e dinamiche del nostro Paese.

Questi signori locali, in cambio di un compenso adeguato, utilizzavano i soldi dei loro cittadini in operazioni poste in essere solo ed esclusivamente per arricchire indebitamente i personaggi scrupolosamente indicati dai vertici della struttura.

Infine, quelli che si erano arricchiti indebitamente in queste discutibili operazioni chiudevano il circolo vizioso e, restituendo il favore all’organizzazione, correvano ad investire una parte del loro arricchimento indebito in spregiudicate operazioni in cui erano protagonisti i vertici di questa piramide che non è certo azzardato definire malavitosa.

Concludendo faccio due precisazioni relativamente a quest'ultimo episodio "narratomi".

Innanzitutto preciso doverosamente che la definizione di “piramide che non è certo azzardato definire malavitosa” è solo ed esclusivamente mia e che colui che (mi) ha "raccontato" queste cose assai inquietanti non si è spinto fino a tanto.

Secondariamente faccio notare che il “mio” narratore nell’esporre questa torbida vicenda ha usato i verbi al passato.

Personalmente credo che questo fatto sia dovuto che l’affare ormai è stato portato a termine e non al fatto che i suoi protagonisti ad un certo punto si sono pentiti e hanno smesso di occuparsi di banche e autostrade dedicandosi ad attività moralmente meno discutibili.

 

Francesco.




8 agosto 2011

A 55 anni dalla tragedia di Marcinelle.

 

Oggi metto fine ad un lungo periodo di pausa e ricomincio a scrivere nel mio blog.

Lo faccio proprio nel giorno in cui ricorre il cinquantacinquesimo anniversario della Tragedia di Marcinelle.

Per ricordare quell’orribile giorno del 1956 pubblico un’intervista che il  bravissimo attore teatrale Mario Perrotta mi concesse in occasione di una sua esibizione fatta nella mia Provincia qualche anno fa.

Perrotta è un giovane e bravissimo attore teatrale che, con la sua bellissima opera dal titolo “Italiani cincali”, ha portato sul palco le vicende degli emigrati italiani.

“Italiani cincali” si divide in due parti.

La prima parte, vale a dire la rappresentazione a cui ho avuto il piacere di assistere quel giorno per me indimenticabile,  si occupa dell’ emigrazione italiana in Belgio susseguente agli accordi tra Roma e Bruxelles del 23 giugno 1946.

Il tema dell’emigrazione italiana in generale e quello dell’emigrazione italiana in Belgio in particolare, per vari motivi, mi è sempre stato particolarmente caro.

Dunque ritengo un piacere ed anche un dovere pubblicare, in un giorno così particolare, questo prezioso documento in mio possesso.

Per concludere fornisco una brevissima descrizione della tragedia di Marcinelle.

L’ 8 Agosto del 1956 un incendio scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbone di Bois du Cazier provocò la morte di 262 minatori, 136 dei quali italiani.

Marcinelle è una delle più grosse tragedie della storia dell’emigrazione italiana insieme a Monogah e Dawson.

Quella di Bois du Cazier fu una tragedia agghiacciante.

Dei 274 uomini presenti nel pozzo in quel turno si salvarono soltanto in 12.

Gli altri 262 non trovarono via di scampo e furono soffocati dalle esalazioni di gas.

Per diversi giorni i soccorritori si prodigarono nella vana speranza di trovare qualcuno ancora in vita.

Ma il 23 Agosto una voce, in italiano, sentenziò: ”Tutti cadaveri!”.

 

Francesco.

 

 

 

Intervista a Mario Perrotta.

 

1-Come nasce questo tuo interesse per l’emigrazione italiana?

La mia terra è il Salento. Il Salento è la parte meridionale della Puglia. Questi luoghi sono stati interessati in prima persona dal problema dell’emigrazione. Dalla Puglia infatti molti uomini e molte donne sono emigrati per andare a lavorare lontano. Dunque alla base del mio lavoro c’è questo forte legame con i miei luoghi natii e con i suoi abitanti. Mosso dal desiderio di ritrovare un rapporto con la mia terra,da cui mi ero allontanato dopo il liceo per seguire gli studi teatrali, ho pensato che il modo migliore per raccontarla fosse quello di dare la parola a coloro che l’hanno dovuta lasciare.

 

2-Questa che tratta dei minatori in Belgio è la prima parte. Mi potresti parlare dell’opera “Italiani cìncali” nel suo complesso? Potresti  farmi un bilancio personale?

“Italiani cìncali” si divide in due parti. Nella prima parte mi occupo delle vicende dei minatori italiani in Belgio. Vicende che traggono la loro origine dallo scambio uomo-carbone che Roma e Bruxelles posero in essere con gli accordi del 1946. In seguito ci sarà però anche una seconda parte. In essa la mia attenzione si sposterà sulle problematiche relative all’emigrazione italiana in Svizzera e Germania. Facendo un bilancio provvisorio di questo lavoro, posso senza dubbio affermare che per il momento mi ritengo veramente soddisfatto. Stiamo andando molto bene sia in Italia che all’estero. Mi rende particolarmente felice il fatto di avere dato il mio contributo a sensibilizzare la gente su fatti che fino ad ora non avevano avuto il giusto rilievo. Il pubblico partecipa numeroso,mostra grande interesse,si appassiona e questo è ciò che conta di più. Insomma io con questo mio lavoro voglio trasmettere un messaggio chiaro e inequivocabile.

Voglio comunicare la disperazione di chi è dovuto partire, simile a quella di chi oggi arriva nella nostra terra mosso da nuove esigenze. Il fatto di vedere che tale messaggio viene recepito dal pubblico è certamente fonte di appagamento personale.

Ma è soprattutto un forte stimolo a proseguire con sempre maggiore impegno nella via intrapresa.

 

3-Gli Italiani mandati in Belgio furono imbrogliati? Li ha imbrogliati maggiormente Roma o Bruxelles?

La domanda richiede una risposta molto articolata. Procediamo con ordine. Innanzitutto secondo me la trattativa  tra i due governi fu condotta scrupolosamente e correttamente. Pochi giorni dopo il Referendum Istituzionale venne concluso il Protocollo di Intesa in base al quale per ogni uomo mandato in Belgio il nostro paese avrebbe avuto un tot. di carbone al giorno. I minatori vennero assunti con regolare contratto. Ma tu hai parlato di imbroglio.  Ed in effetti nel complesso dell’operazione gli operai italiani furono truffati. Furono venduti per un sacco di carbone. Allora vediamo. Furono truffati maggiormente dal Belgio o dall’Italia? Parto dal Belgio. Offrire lavoro a chi di  lavoro ha bisogno è pur sempre una proposta plausibile. Ma il problema è che ben presto Bruxelles non rispettò le condizioni stabilite sulla carta. Tanto per dirne una quegli “alloggi  dignitosi e a prezzo moderato” garantiti dal contratto, erano le baracche dei campi di concentramento nei quali durante la guerra i nazisti avevano internato  i prigionieri russi. Passiamo all’Italia. La guerra era appena finita e l’Italia era praticamente ridotta a un cumulo di macerie, in ogni luogo c’erano miseria e disperazione. Quegli accordi per noi erano veramente vantaggiosi. Il carbone serviva. Inoltre il fatto che il Belgio offrisse lavoro a tanti nostri connazionali all’epoca era un’occasione da non lasciarsi sfuggire. Ma anche il nostro governo non può essere assolto. Infatti su  molti punti della vicenda la classe dirigente dell’epoca ha tenuto un atteggiamento inopportuno. Ma cito quella che per me è la manchevolezza più grave. Si è fatto poco dal punto della prevenzione. Pochi e approssimati i controlli nelle miniere. Pochi i controlli agli alloggi che avrebbero dovuto ospitare i minatori. Poche o nulle le tutele della salute dei minatori, devastati dalla silicosi anche a distanza di anni dalla cessazione del periodo di lavoro in miniera. Eccessiva debolezza in generale e troppa fiducia alla controparte. In conclusione si deve dire che i minatori furono imbrogliati.

 

4-L’Italia nel secondo dopoguerra scelse la politica dell’emigrazione per placare le tensioni del mondo del lavoro. All’epoca della conclusione degli accordi col Belgio erano al governo tutte le forze che avevano abbattuto il regime fascista. Dunque furono tutti colpevoli o qualcuno può essere assolto?

Anche questa è una domanda molto complessa. Tuttavia mi sento di dire che sostanzialmente  furono tutti ugualmente colpevoli. Anche il partito comunista non si è mai opposto con decisione a tale soluzione. Dunque a Roma si affrontò il problema troppo allegramente. Nessuno controllò mai con scrupolo le condizioni delle miniere. Nessuno si prese la responsabilità di fare inchieste. Solo “L’Unità”, ma purtroppo solo pochi giorni prima dalla tragedia di Marcinelle del 1956, pubblicò un articolo di denuncia. Ma era ormai troppo tardi. Da dieci anni gli Italiani morivano nelle miniere del Belgio con una media di 1 morto ogni 5 giorni.

Dunque senza ombra di dubbio tutti furono “complici” di questa scelleratezza.

 

5-In una copia de “L’Unità” del 1946 ho letto che Togliatti era contrariato a questi accordi. Per lui la cosa migliore sarebbe stata acquistare carbone dalla Polonia. Togliatti fu Cassandra?

Escludo questa affermazione. Togliatti nell’occasione non fu per niente Cassandra. Magari preferiva che questi accordi economici invece che con il Belgio fossero conclusi con altri stati. Magari con la Polonia,o magari con altri Governi dell’Est Europa, più vicini alla sfera sovietica. Ma dopo un velleitario tentativo, si accodò alla maggioranza. Insomma nell’occasione il Leader del Pci fu connivente, restando pur sempre fermo il fatto che quegli accordi furono firmati da De Gasperi e i suoi uomini. Nessuno dei nostri politici in conclusione prese dunque una posizione decisa contro questo scambio tra Italia e Belgio. E nessuno ebbe una lungimiranza tale da potersi meritare l’appellativo Cassandra.

 

6-Ho letto un paragone tra Belgio e Olanda. In Belgio le miniere erano vecchie e  insicure, ma il lavoro ben retribuito. In Olanda le miniere erano molto sicure, ma i minatori venivano pagati molto meno.  I nostri politici dunque scelsero il boccone più prelibato per risolvere il problema occupazionale?

Quello che hai detto è sostanzialmente giusto. In Belgio, per parecchi motivi sui quali sorvolo, nessuno voleva più andare a lavorare sottoterra. Per ovviare a ciò il Governo e le Società Minerarie le tentarono tutte. Ma per tutta risposta assistettero ad uno sciopero di due anni da parte dei minatori locali, dunque questo tentativo fu velleitario. Allora il Belgio tentò di percorrere altre strade. E’ in questo contesto che matura la decisione di ricorrere al reclutamento della manodopera straniera. Naturalmente, per raggiungere il suddetto obiettivo di convincere un gran numero di cittadini stranieri ad abbandonare le proprie case per recarsi a lavorare nelle miniere del Belgio, occorreva fare una proposta allettante o quantomeno convincente.  Sotto questo aspetto un salario interessante era un buon punto di partenza.

Questo il motivo per cui in Belgio pagavano meglio. Per quel che riguarda la condotta del governo italiano, come si deduce chiaramente anche dalla risposta precedente, in tutta franchezza, parlerei piuttosto  semplicemente di negligenza. Insomma di fronte alla tua accusa affermo che, esclusa ogni dietrologia, eravamo coloro che non potevano dire di no. E noi naturalmente non lo dicemmo.

 

7-Marcinelle fu determinante o le disumane condizioni in cui si lavorava nelle miniere del Belgio prima o poi sarebbero venute a galla?

Marcinelle resta nella memoria collettiva come la più grande tragedia del lavoro nelle miniere del Belgio. Tuttavia anche prima c’erano stati diversi incidenti e purtroppo anche dopo ce ne saranno altri. Da quel giorno però senza dubbio cambiarono molte cose. Nessuno si è potuto  più permettere quelle leggerezze che prima erano concesse gratuitamente. Questo evento luttuoso fu determinante però soprattutto per la rottura del contratto tra i minatori e le società minerarie. Dunque questa disgrazia impose di sedersi ad un tavolo per discutere su molte e importanti questioni. In tutta sincerità però credo che le disumane condizioni dei minatori sarebbero venute a galla ugualmente, magari molto più in là nel tempo. C’erano le lettere alle famiglie e c’erano anche le testimonianze di quelli che  tornavano a casa. L’amarezza piuttosto viene dalla considerazione che in entrambi i casi il risultato sarebbe stato praticamente identico. Vale a dire l’assenza di conseguenze e soprattutto la mancata assunzione di responsabilità politica.

 

8-Dopo la terribile tragedia dell’8 agosto 1956 è cambiato qualcosa nei rapporti tra gli Italiani e i cittadini del Belgio? Quella giornata maledetta ha avuto delle ripercussioni nel processo di integrazione tra gli immigrati italiani e i cittadini della nazione ospitante? Insomma da quel giorno i sudditi di Sua Maestà Baldovino hanno imparato ad amarci maggiormente?

Anche qui il rischi di generalizzare è alto. Per evitare questo rischio allora  mi baso su alcuni dati concreti. Innanzitutto cito il fatto che  il Belgio è il paese nel quale ci siamo integrati tutto sommato meglio. Gli episodi di razzismo ci sono stati e naturalmente il razzismo va condannato senza indulgenza alcuna. Tuttavia in Belgio gli episodi di discriminazione di cui sono stati vittime gli Italiani sono pochi rispetto a quelli che si sono verificati in altri paesi. Insomma in Belgio ci siamo fatti rispettare e tutto sommato non hanno esitato a rispettarci. Inoltre in Belgio, congelando per un momento le condizioni disumane di lavoro, esistevano leggi che favorivano fortemente l’integrazione e la stanzialità dei lavoratori stranieri. Tutto ciò è interpretabile come condizione obbligatoria e dettata dall’interesse diretto del governo locale (se anche la legislazione in materia di emigrazione fosse stata feroce come, ad esempio, in Svizzera, nessuno sarebbe rimasto lì a lavorare). Ma fatto sta che i nostri minatori hanno potuto godere della vicinanza delle famiglie e di una serie di garanzie sindacali e civili che li equiparavano alla gente del posto. Poi il tempo ha edulcorato tutto e le mutazioni sociali hanno contribuito favorendo un rasserenamento dei rapporti tra le persone. E alla fine molti emigrati si sono fermati definitivamente in Belgio. Tanti uomini italiani e tante donne italiane si sono sposati con donne o uomini del Belgio. Una fetta consistente dell’odierna popolazione del Belgio ha chiarissime origini italiane.Magari Marcinelle ha finito per facilitare in un modo o nell’altro il processo di integrazione, tuttavia  questa, secondo me, sarebbe avvenuta ugualmente, per le ragioni suddette, anche senza il contributo di questa tremenda tragedia.

 

9-L’emigrazione italiana ha stimolato anche l’esportazione di prodotti Italiani in Belgio? Gli imprenditori italiani in Belgio e i nostri prodotti si sono affermati in Belgio? Insomma parliamo un attimo anche di quelli che ce l’hanno fatta.

In Belgio, al di là di tutto quello che si può dire, gli Italiani si sono integrati tutto sommato abbastanza bene. Come ho precedentemente detto una fetta consistente della popolazione del Belgio attuale ha origini italiane. Tuttavia non me la sento di dare una risposta affermativa alla tua domanda. Naturalmente tutto è opinabile ed inoltre su questo complesso argomento si potrebbe parlare all’infinito dicendo tutto e il contrario di tutto. Ma credo che, facendo  un rapporto  tra il numero complessivo degli emigrati e  le persone che si sono affermate nei livelli più alti della società Belga, risulti abbastanza chiaro che sono veramente pochi gli “italiani” che ce l’hanno fatta.  Dunque, a mio avviso, si tratta di fenomeni circoscritti.

 

10-Durante le mie ricerche ho letto che a Bruxelles preferivano reclutare gente proveniente dal Veneto. E questo per due motivi. Innanzitutto i Veneti si accontentavano di poco. Inoltre reclutando Veneti si diminuiva il rischio di avere dei comunisti. Consideri questo un dato attendibile?

Più che Bruxelles preferire i Veneti, erano i Veneti che, ancora una volta, non erano in condizione di dire di no, come de resto i Friulani.   Parto dal dato economico. Sembrerà strano, ma nei primi anni, su cento migranti, circa settanta provenivano dal Veneto o dal Friuli. Il Nord-est in quegli anni era una zona poverissima, niente di paragonabile alla ricca Terra che oggi conosciamo. Le condizioni socio-economiche del nord erano di gran lunga peggiori di quelle del meridione. Dunque, facendo un’inferenza azzardata, può anche essere plausibile che i Veneti a quel tempo si accontentassero di poco. Passo ora al dato politico.  Anche io nello spettacolo dico che essere di “centro” era uno dei requisiti dell’aspirante minatore, ma questa, a dire il vero, era piuttosto un’esigenza del Governo Italiano per consolidare il consenso. Infatti al Belgio la manodopera italiana serviva troppo. E dunque a Bruxelles si accorsero ben presto di non potersi permettere dei distinguo. Ragion per cui i Belgi, dopo le iniziali inevitabili titubanze, cominciarono a non farsi più problemi in questo senso.

 

11-In meno di un secolo circa ventisette milioni di italiani, un numero altissimo, hanno fatto le valigie per andare a cercar fortuna in altri luoghi. Ma la sensibilità degli storici verso queste tristi vicende è stata sempre poca. Nei libri di storia non c’è abbastanza spazio per trattare questo problema? (La stessa cosa che avveniva nei ”manifesti rosa” nei quali mancava sempre lo spazio per denunciare quelle cose che non sarebbero piaciute agli aspiranti minatori).

Quel che tu dici è la conseguenza naturale del disinteresse o, peggio ancora, della volontà di occultare questo fenomeno, da parte della classe politica italiana. Quelli che partivano erano i più poveri di mezzi economici ed intellettuali e per questo hanno sempre costituito una “vergogna” per lo Stato. Purtroppo anche oggi le cose non sono cambiate e ci si ricorda degli Italiani all’estero solo quando si parla del loro diritto al voto o magari in occasione di qualche commemorazione. Insomma queste persone vengono tirate in ballo solo per le solite beghe politiche e poi ci si dimentica di loro con tremenda disinvoltura. L’atteggiamento di alcuni storici riflette in parte questa tendenza politica e sociale generalizzata.

 

12-Oggi siamo un paese di emigrazione e dunque molte cose sono cambiate.

Mentre prima eravamo noi a partire alla ricerca di un lavoro,ora sono gli altri che approdano numerosi sulle nostre coste. Tra quelli che arrivano i più fortunati cercano semplicemente un lavoro,ma molti fuggono da guerre,calamità,fame e altri drammi. Ma possiamo essere ottimisti?

Personalmente non sono ottimista per niente. Ma il mio pessimismo non deriva dal fatto in sé. Infatti la storia è piena di casi di uomini che si sono spostati da un luogo all’altro del globo alla ricerca di condizioni di vita migliori. Gli emigrati ci sono sempre stati e purtroppo sempre ci saranno. Ciò che mi rattrista è il fatto che si continuano a ripetere gli stessi errori. Noi facciamo nei confronti degli immigrati gli stessi errori che gli altri hanno fatto con noi. Dimenticando di avere di fronte un uomo, non comprendiamo più il travaglio di chi è disposto a  spezzare il legame con la propria terra, per cercare condizioni di vita migliori in un paese straniero. Guardiamolo bene. Questo uomo non porta con sé solo una valigia piena di stracci ma anche e la richiesta di una esistenza civile e la dignità che da questa richiesta consegue.

 




13 maggio 2011

Gli ingrati amici della sinistra.

 

"I musulmani di Milano non devono votare i candidati della lista di Sel perché il suo leader, Nichi Vendola, in quanto omosessuale, ha una condotta che non va d'accordo con l'etica islamica".

E’ questo il chiaro invito fatto dall’Imam di Segrate ai musulmani milanesi.

Un simile voltafaccia degli Islamici al leader del Sel, alla vigilia delle elezioni amministrative, non me lo sarei mai aspettato.

Infatti Vendola, uomo sempre in prima linea a battersi per i diritti dei deboli e degli oppressi, è sempre stato un punto di riferimento dei migrantes.

Ed obiettivamente non si contano più le volte che il Governatore della Puglia ha speso parole importanti in loro favore.

Per non parlare poi del recente “raid” a Lampedusa del leader di Sel e di alcuni suoi militanti, per esprimere solidarietà e per dare un aiuto concreto ai profughi sbarcati sull’isola.

Dunque l’Imam di Segrate quelle orrende parole rivolte a Nichi Vendola se le poteva davvero risparmiare.

La brutta esternazione del religioso islamico poi, risulta ancora più insensata se si considera che, trattandosi di luoghi dove è molto forte quella Lega che da sempre esprime preoccupanti posizioni razziste e omofobe, i gusti sessuali degli individui dovrebbero essere davvero l’ultimo dei problemi per le guide spirituali degli immigrati di fede musulmana.

Sempre in questi giorni il noto comico-politico(o politico-comico) Beppe Grillo, rivolgendosi allo stesso Nichi Vendola, ha usato un’espressione volgare e tremendamente omofoba, facente riferimento ai gusti sessuali del Governatore della Puglia.

Dispiace rilevare che persone alle quali è stato dato indubbiamente molto ripaghino alcuni dei loro benefattori in questo modo.

A margine di queste imbarazzanti vicende poi, per il povero Vendola, dopo il danno è arrivata anche la beffa.

Essendo quelli che lo hanno insultato due amici della sinistra, i soliti benpensanti e benfacenti gli hanno negato anche quel calore umano e quella solidarietà che gli avrebbero sicuramente riservato se ad offenderlo fossero state altre persone.

 

Francesco.

 




8 maggio 2011

La morsa del totalitarismo.

 

Oggi pubblico uno dei "passaggi" più importanti di “Vita e destino”, la monumentale opera del grandissimo scrittore russo Vassilij Grossmann.

Si tratta della bellissima ed avvincente narrazione che l’autore fa del faccia a faccia tra il prigioniero sovietico Michail Sidorovic Mostovskoj e Liss, l’uomo di Himmler alla direzione del lager tedesco in territorio sovietico.

Mostovskoj ormai era in una cella di isolamento da più di tre settimane ed attendeva con ansia l’interrogatorio da parte dei nemici nazisti.

Proprio quella notte un sottufficiale delle SS andò a prelevarlo.

L'autore del libro, in questo drammatico confronto tra i due nemici, è particolarmente abile a portare al centro della sua avvincente narrazione le inaccettabili e drammatiche (per il prigioniero) analogie tra il regime di Hitler e quello sovietico, facendo perdere via via di interesse al motivo tecnico della convocazione del detenuto.

In questo modo il prigioniero sovietico e il soldato nazista diventano due facce della stessa medaglia: l'oppressione dell'uomo sull'uomo.

Grossmann in questa spietata narrazione ci evidenzia tutte quelle che sono le analogie tra il nazional-socialismo tedesco e il comunismo sovietico.

Analogie che, per uno strano e crudele scherzo del destino, sono tragicamente "occultate" dalla cruenta guerra tra i due popoli voluta dal Führer.

 

Francesco.

 

 

 

“Buongiorno” disse piano un uomo basso con lo stemma delle SS sulla manica della divisa grigia...

Liss aspettò che Mostovskoj finisse di tossire e disse:”Vorrei scambiare due parole con lei”…

…Mostovskoj..disse:” Questo è un interrogatorio. Io e lei non abbiamo niente da dirci".

“E perché mai?” chiese Liss. Lei guarda la divisa. Ma non ci sono nato dentro. Il Führer e il partito ordinano e noi, soldati, obbediamo…”.

“…Queste mani, come anche le sue, amano lavorare sodo e non hanno paura di sporcarsi…”.

“…Quando io e lei ci guardiamo in faccia, non vediamo solo un viso che odiamo. E’ come se ci guardassimo allo specchio. E’ questa la tragedia della nostra epoca. Come potete non riconoscere in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà?...Voi credete di odiarci, ma è solo un’impressione:odiando noi odiate voi stessi. Tremendo vero?...”.

“Attacchiamo voi, ma in realtà colpiamo noi stessi. I nostri blindati non hanno violato i vostri confini, ma anche i nostri, c’è il nazionalsocialismo sotto i oro cingoli. E’ terribile, è come sognare il suicidio. Può finire in tragedia, per noi. Mi capisce? E se dovessimo vincere? Voi non ci sareste più e noi, i vincitori, ci ritroveremmo soli contro un mondo che non conosciamo e che ci odia”.

Sarebbe stato facile confutare le parole di quell’uomo…Ma c’èra qualcosa ancor più raccapricciante e pericoloso delle parole di un esperto provocatore delle SS. Una corda che vibrava, ora timida, ora maligna, nel cuore e nel cervello di Mostovskoj. I dubbi rivoltanti che già nutriva senza bisogno di parole altrui.

Liss continuava a parlare…“…Due poli! Proprio così! Perché se così non fosse, oggi non combatteremmo questa guerra tremenda. Siamo i vostri peggiori nemici, è vero. Ma se noi vinciamo, vincete anche voi. Mi capisce? E se anche vinceste voi, noi saremmo spacciati, sì, ma continueremmo a vivere nella vostra vittoria. E’ una sorta di paradosso: se perdiamo la guerra, la vinciamo e ci sviluppiamo in un’altra forma pur conservando la nostra natura”.

Mostovskoj non aveva paura delle torture. A spaventarlo, piuttosto, era l’idea che quel tedesco non stesse mentendo, ma dicesse la verità. Che avesse solo voglia di parlare. Orrore: erano entrambi malati, tormentati dalla stessa malattia, però uno resisteva e parlava, mentre l’altro restava in silenzio, si nascondeva. Ma ascoltava, ascoltava eccome.

“…Se togliamo la guerra e i suoi prigionieri, chi ci resta nei nostri Lager? Senza la guerra ci restano i nemici del partito, i nemici del popolo. Gente che lei conosce, che è anche nei vostri Lager. Eppure e anche in tempo di pace, se la Direzione della sicurezza del Reich si trovasse ad assorbire i vostri prigionieri nel nostro sistema, stia certo che non li libereremmo nemmeno noi: i vostri prigionieri sono i nostri prigionieri”.

“…Conoscere le lingue straniere tornerebbe comodo nei vostri lager quanto nei nostri. Oggi vi spaventa l’odio che proviamo per gli Ebrei, ma domani potreste far tesoro della nostra esperienza. E dopodomani potreste quasi tollerarci…”.

“…Una cosa mi tormenta, però: voi avete ucciso milioni di persone e gi unici a capire che andava fatto siamo stati noi tedeschi! E’ verissimo! E si sforzi di capire quel che intendo. Deve farle orrore, questa guerra…”.

Un nuovo pensiero fulminò Mostovskoj….

Se i suoi dubbi non fossero stati segno di debolezza, di scarsa forza, di bieca ambiguità, di stanchezza e sfiducia? Se i dubbi che ogni tanto lo coglievano alla sprovvista, ora timidi, ora maligni, fossero stati proprio quanto di più puro aveva dentro di sé?...

…Per respingere Liss…doveva abiurare ciò per cui aveva vissuto tutta la vita, condannare quanto aveva difeso e giustificato…

…No, non bastava ancora! Non doveva condannare, ma odiare con tutta l’anima e con tutta la sua passione di rivoluzionario i lager…Stalin e la sua dittatura! No, no, neanche questo bastava! Lenin andava condannato! Giù, fino all’orlo dell’abisso!

Liss aveva finalmente vinto. Non la guerra sui campi di battaglia, ma quella incruenta e piena di veleno che il funzionario della Gestapo stava combattendo contro di lui.

Gli sembrava di impazzire.

…Poi, però, tirò un sospiro di sollievo…L’ossessione era durata giusto qualche istante…

Liss lo fissò…poi riprese a parlare:”Crede che oggi guardino a noi con orrore e a voi con affetto e speranza? Si fidi: chi guarda noi con orrore prova lo stesso sentimento verso di voi”.

“…A cosa si deve tanta ostilità tra noi? Non capisco…Voi non avete la proprietà privata e noi sì? Da voi fabbriche e banche appartengono al popolo?  Voi siete internazionalisti e noi predichiamo l’odio razziale? Noi abbiamo appiccato le fiamme e voi state cercando di spegnerle?...

Sciocchezze! Non c’è nessun abisso tra noi!

“…I nostri capitalisti non sono i nostri padroni. E’ lo Stato a fornire loro un piano e un programma. E’ lo Stato ad intascare produzione e profitto. Per sé tengono il sei per cento degli utili, è questo il loro stipendio. E il vostro Stato di partito fa lo stesso. Fornisce un piano e un programma e intasca la produzione. E dà uno stipendio a quelli che voi chiamate padroni, gli operai”.

“La bandiera rossa sventola anche sul nostro Stato popolare, anche noi chiamiamo all’unità nazionale, alla cooperazione, anche noi diciamo: “Il partito esprime il sogno dell’operaio tedesco”. E anche voi usate parole come “popolo” e “lavoro”. E come noi sapete che il nazionalismo è la grande forza del XX secolo…E il socialismo in un solo paese è la forma suprema di nazionalismo! Non capisco perché dobbiamo essere nemici…Ci sono due grandi rivoluzionari al mondo: Stalin e il Führer. La loro volontà ha generato il socialismo nazionalista dello Stato. Per me essere vostri fratelli è più importante che combattervi per aprirci un varco ad oriente. Le due case che stiamo costruendo devono stare fianco a fianco.

Ma ora, maestro, vorrei lasciarla…perché lei possa riflettere bene…

“E perché mai? E’ idiota. Assurdo. Non ha senso…”.

“No, non è affatto ridicolo. Io e lei dobbiamo capire che il futuro non si decide sul campo di battaglia. Lei ha conosciuto Lenin. Lenin ha creato un partito di tipo nuovo. E’ stato il primo a capire che un partito e il suo leader sono i soli ad esprimere l volontà di un paese…Anche Stalin ci ha insegnato molto. Il socialismo in un solo paese esige che si elimini la libertà di seminare e di vendere e Stalin non ha esitato a far fuori milioni di contadini. Hitler s’è  reso conto che il socialismo nazionalista tedesco aveva un nemico:l’ebraismo. E ha deciso di eliminare milioni di Ebrei…Io ho parlato, lei ha taciuto, ma so di essere il suo specchio”.

“Il mio specchio? Le sue sono solo menzogne…

Liss si alzò in piedi…

Mostovskoj pensò: Adesso mi spara e addio!

Liss invece lo salutò rispettosamente…

…Mostovskoj…..pensò:”Se credessi in Dio, direi che mi ha mandato quello spregevole interlocutore per punirmi dei miei dubbi…

 




permalink | inviato da PensieroLiberale il 8/5/2011 alle 14:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (50) | Versione per la stampa


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